Franca Mancinelli – Mala kruna

Mala kruna, l’inizio del viaggio

Franca Mancinelli è al suo primo libro di poesie e ha scelto come viatico un frammento dell’Ulisse dantesco, tra l’altro per indicare l’inizio del viaggio, uno scioglimento dei legami familiari, la maturità che intende affrontare dopo aver ripercorso in Mala Kruna (Manni, 2007) “tre età della vita”, questo almeno viene affermato in quarta di copertina […]. 
[…] Franca ci avverte che «ogni passo è una stazione, / come la marea sale nel buio»: il suo sismografo capta segnali dal buio della coscienza, cerca di decifrarli, ma non solo, perché potremmo aggiungere che «la bussola va impazzita all’avventura / e il calcolo dei dadi più non torna». Un sentimento analogo alla Casa dei doganieri è espresso qui nella quarta sezione, Un rudere la casa, una sensazione di perdita e di impossibilità del ritorno, la percezione di un tempo presente che frastorna la memoria e suggerisce immagini surreali, di derivazione pittorica oppure onirica: «il libro sul torace / è il mio terzo polmone / che s’apre e si richiude», «riponendo i pensieri nella cella / di un cruciverba senza spazi bianchi». La poesia di Franca è vissuta come viaggio dentro i propri labirinti interiori, dove avvengono strane commistioni e sinergie, dove il tempo storico è sospeso e il linguaggio diventa sintomo più che mezzo. In realtà, quando si vuole conoscere sé stessi e ci si immerge nelle profondità della propria interiorità, è facile smarrirsi in scenari dove l’io stesso diventa un’ombra e la realtà esterna viene riscritta secondo altri oscuri codici. La voce delle sirene era ammaliante e pericolosa, ma Ulisse voleva ascoltarla.

Marco Ferri  («Scirocco», n. 22, aprile-giugno 2008)
www.sciroccoinrete.it/24.2008.html

mala_kruna

smetto di piangere solo
quando il motore è acceso:
le immagini scorrono, chiudo gli occhi
nel sedile dietro mentre guidi
sulle strade in collina dove il cielo
traspare dalle foglie.
Non farti accorgere, non dirmelo
che la fuga s’è chiusa in un cerchio,
non darmi questo mondo fermo
di cose intonacate e appese
se mi abbracci non posso
dare la guancia al buio, ti chiedo
lasciami come un gatto lontano
alla svolta, sul ciglio di una strada
dove s’aprono valli
di viti e ulivi e non trovo la casa.

                           *

quanto paziente ostinato amore
nel gesto che fai di muovere passi
avanti e indietro nella sala, mentre
col braccio e un ginocchio fingi
di addolcire una cuna sulla sterrata

come dondola il mondo e le cose
di nuovo tremano, anch’io
sarò nel buio.

***

e la ragazza arco
appoggia un piede in aria e congiunge
costellazioni di non generati
al grido che ha rotto ora le acque,
appesa la pelle a un ramo cattura
il vento, è una busta della spesa
di desideri altrui
svaniti in uno sguardo

nel treno del mio sangue
salite 

***

vorrei con le parole aprirti  
questa vita come una mano  
che sul tavolo capovolta  
aspetta d’essere riempita  
stretta nella tua. Vorrei la lingua 
a chiudere ogni foro, a intonaco  
di questo intreccio di sterpi bruciati. 
Saremo due camicie  
appese l’una dentro l’altra 
per una stagione intera
dove la penombra ha immerso
l’amo negli inverni. 

***

________________________________________________

a Mario Dondero

un solo viaggio eterno, questa luce
torna mia con un gesto dell’indice,
e dentro gli occhi un davanzale ampio
ultimo piano dove sono sporto

da una casa vuota con la chiglia
vedo gli istanti che sembrano fermi,
uomini andare incontro al mare                  
aperto, i cieli flessi,
ponti minati e uccelli                
come archi all’orizzonte.

Ora ogni cosa prima  
di sciogliersi o partire
ha preso posto nella mia iride      
vagone di seconda in quante città
sovraffollato, la gente in piedi scossa
dalla stanchezza lungo i corridoi
fino a che il buio e la provincia
disseminano ognuno in un suo luogo.

***

ora in te è un rudere la casa
franata in una notte, ora
la betoniera mastica la calce,
il tetto spiovuto, la preghiera
che mantenevi aperta con le mani.
Di tutte le stanze resta
l’incavo intonacato dello stomaco. 
Tu pesti le sue pozze d’acqua stagna 
e la saliva che discende
per essere inumata.

________________________________________________

La ragazza arco

Poesia tratta da Mala kruna pubblicata su www.nazioneindiana.com

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