Poesie #1

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 LA RAGNATELA

Un’enigmatica ragnatela,
ha tessuto il ragno del tempo,
trattenendo prigionieri
i ricordi della mia infanzia,
disfo il labirinto di pizzo,
seguendo il filo  …
Ritorno adulta a vivere il presente.

Velia Lechuga Rey  (2005)

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TUTTO  GIRA

Ho visto una giostra,
vestigia di memoria mi trasportano
all’epoca dell’innocenza,
ai giri di giostra,
cavalli madreperlati,
guarniti di fiori colorati
fermi nella loro cavalcata
senza nitrito,
girano come le lancette di un orologio,
l’orologio ci ammonisce con il suo
tic-tac, tic- tac,
il passare del tempo.
Tutto gira, gira il mondo con la
storia antica ripetitiva,
punto di partenza e di arrivo,
gira la giostra con i cavalli annoiati,
spargendo felicità
i giorni sono fugaci, girano, girano
cavalcando la verità
la vita
la verità
la vita
la verità …

Velia Lechuga Rey (1996)

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UN MONDO PER TUTTI

Dalle fosse
uscirono i predoni
per ricominciare
l’arcano gioco
e la gente fuggì
lasciando case e culle vuote.
Solo il vecchio rimase
e quando arrivarono gli sgherri
putrefatti di malvagità
lo sguardo divenne argenteo
e la forza del suo spirito
traboccò in mille rivoli.
Volete la vita?
Non potete averla
giacché siete morti
e il male che voi
siete venuti a portare
non ve la può ridare.
Andate dunque
e portate con voi
la vostra crudeltà
lasciate il giorno ai giusti
e la notte agli stolti
non tornate
il vostro viaggio
non sarà mai finito
ma lasciate che tornino i bambini
che possano vivere la loro primavera
e la loro estate da uomini liberi.
E così fu.
Le orde lasciarono il campo
e svanirono
in una nube di vite dissolte.
Tornarono i bimbi con le loro madri
e iniziò una nuova primavera.

Edvino Ugolini

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TERRA MARCHIGIANA

Ancora
devo perdermi tra i campi
dietro sentieri polverosi d’ombra.
Ancora
a rinnovare lo stupore
che la natura dona e mai consuma.

Bella
nei seni dolci delle tue colline
nel grano in cui si specchia e brucia il sole
nel verde dai ritagli di centrino.

E sono il rimpiattino dei casali
i muri bianchi sotto i coppi scuri,
sono i paesi in mostra dai balconi
nel segno acuto di torri e campanili.

Io sono questa terra senza eccessi,
terra di Marca buona e generosa
che si risveglia a mare ogni mattina
e sotto il Catria a sera va a dormire.

Sorrido dell’inganno giovanile
in cui mi è parsa stretta e troppo quieta.
Il tempo ha steso qui le mie radici,
io le appartengo e intera mi appartiene.
E come quercia e ulivo e chicco d’uva
mi cresce dentro e mi fa sua creatura.

Ivana Biagetti (Mondavio, Contrada Val di Veldrica, 21 giugno 2004)

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VECCHIA SERATA DI UN TEMPO
 
Pensando alle  varie passioni
qualcuna all’appello ne manca
le nottate di vive  tensioni
le testa che piano si stanca.
 
Iniziavano a colpirmi le rose
e i giardini di vero splendore
le vecchie sottane cremose
da mettere a tutte le ore
 
nell’ora della passeggiata
la donna perdeva intelletto
cercando d’esser notata
dal nobile senza sospetto
 
non passa sull’erba tranquilla
la serva che sbaglia lavoro
che dorme vicino alla stalla
per mostrare sì inerme decoro
 
restano stelle nel cielo
ridono i grilli nel prato
colgo il frutto del melo
vedo un bimbo beato
 
vecchia serata d’un tempo
vissuta in tempo che fu
volata già via come un lampo
che adesso non tornerà più.

Nicola Nori (Poesie dipinte – Ed. Il Filo)

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LA CAMPANA
 
C’era un vecchio gioco
che solevamo fare
quando si trovava un gesso
o un sasso che scriveva;
 
un disegno a terra
una torre di numeri
sistemati quasi in ordine
 
un lancio centrava un numero
in maniera non casuale
 
in tre o quattro per campana
si riusciva a giocare
con sassi e gessi
 
mentre ora si fa fatica
persino a contare
ed a fare un disegno per terra.

Nicola Nori (Poesie dipinte – Ed. Il Filo)

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PRIMAVERA IN VERSI NEL CUORE

Ci sono voci e suoni che sanno di primavera.

Ci sono giornate che sanno di poesia
come quella volta passeggiando,
quando per magia il ciliegio esplose di bianco
e il profumo era così dolce
da farci sospirare…

Ci sono gionate che hanno il sapore di un bacio,
come quel giorno sotto la pioggia sottile,
quando l’aria profumava d’erba, terra e vita
e tra le nubi il sole filtrava…

Ci sono ricordi che anche d’inverno sanno di Primavera
e li lego forte, delicatamente,
con un nastro di versi di seta
e li ripongo, sorridendo, nel cuore.

Ambra Dominici

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“…ma dove si nascondono i ‘poeti’?
Chi lo è fra di noi?
Il passante che corre? Il vecchio che siede? L’operaio insospettabile?
L’ambulante anelante cose divine?”

e con questi interrogativi imboccai il sentiero
di strada deserta che mi condusse verso il grande mare. Percepii il confine delle cose
danzando coi polmoni rigonfi d’ossigeno.
E capii che ogni vita è sciabordio d’onda.
Mi resi conto di non aver
mai dovuto patire i morsi della fame
ma che per lo ‘strisciare nel fango’ fui degno maestro.
E ripensai a quanti disastrosi incidenti
furono consumati sulla strada del mio Spirito
che faticava a rifluire ingenuo.
Allora innalzai Minareti di Luce
tra i rottami insanguinati
ma ancora una volta
l’Insostenibile Fragilità del Vivente mi fece visita
recando con se offese prodigiose al mio cuore.
Quanto mi rattristava, quanto mi elevava tutto ciò.
Cominciò a piovere.
Trovai un riparo.
Trovai pensieri ed un foglio.
Bianco come la morte dentro la quale specchiarsi.
Mi specchiai.
E scrissi.
E fu come scrivere dalla morte.
E fu come scrivere sulla vita.

Riccardo Giorgi, Pesaro (da Il Giardino, 2006)

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COSA OCCORRE CHE TI DICA

Cosa occorre che ti dica?Che vorrei impazzire?
Sapere almeno impazzire?
Che non ho meriti?
Che non ho colpe?
Che non ho quasi nulla
se non la segretezza di parole sgualcite come lenzuola al mattino?
Che mia madre adagiata su di un fianco russa a bocca aperta?
Ed io ascoltandola, attraverso la porta, già la vedo?
Che ho l’ossessione del porto da raggiungere,
del TO BE mai raggiungibile?
Che i rimpianti di tutte le scelte e
di tutte le non scelte
non durano in me per più di un minuto?
Che l’Umanità s’aggrappa ai quartieri del pianeta?
Che l’Umanità dovrebbe cooperare, essere per lo più serena,
possedere la calma inesorabile della natura?
E che la vita finisce quando non si ha più nemmeno
noi stessi, da vendere al mercato della Terra?
Che le mercanzie messe all’asta nel gelido inverno
dai loro venditori sognanti sono
Leggerezza che s’esprime?
Che CINQUANT’ANNI DI VESTITI A BUON PREZZO sono uno schiocco di dita?
Che sono un giocatore di dadi atroce nel buttar soldi?
Il reflusso della marea?
L’altare di un dio impossibile?
L’imbarazzo delle vergini?
Tutta una montagna per un grammo d’oro?
Un porto d’Altrove verso ogni dove c’è neve?
E che vagando m’inchino a notti indecenti fatte di canti dondolanti
mentre sopra le periferie dell’aria la luna squarcia quest’ora
implorando sconti alle stelle abbarbicate sopra
la mappa dell’ogniverso?
Che racimolo pezzetti di vita ovunque
strisciando tra tombe ed insostenibili pensieri?
Che da un secondo all’altro, senza motivo,
mi ritroverò con il cuore straripante di non so cosa?
E che… “dio! Perché non vieni a me sublimando pensieri strambi?”
Dove il guadagno?
Dove il guadagno?
Che Poesia è in cammino, procede, si eleva, ubriaca?
E che non ci confida segreti per nulla?
E noi allora, che siamo il Mondo, esultiamo con le labbra socchiuse
ai morbidi baci della realtà, anche se feroce?
Aspettando che il confine si faccia ingenuo all’orizzonte
come un amore da sbranare?
Che ci riappropriamo del fluido benefico del nostro corpo?
Come un fiume che scorre e scava e che solo in apparenza rimane uguale a se stesso?
Che potremo sognare l’impossibile perché è possibile?
E che per noi l’ultima cosa sarà morire dentro?
Perché avanzando intravedremo un soffio, una fonte l’inizio di tutto,
una foce l’inizio di molto altro?
Partorendo frutti,
mai sterili, mai marci,
mai veramente sazi dei contenuti del Cosmo?
Che risplende
Che attende senza tempo
L’unica forma di abbraccio universale-
che la caverna cerebrale verrà colmata di visioni stupendamente al di qua?
E che lo faremo per amore dei nostri simili?
Che non pretenderemo altro che tutti gli sforzi siano
a questo riguardo
senza censura?
Che non faremo finta di niente
e così saremo tutto?

Riccardo Giorgi, Pesaro (da “è quando mi prende alla gola qualcosa di inafferrabile”, 2006)

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L’EMIGRANTE

Come un ramo inutile e dannoso
È tagliato dall’albero
Per far questo più bello
E più frondoso,
L’emigrante
Scartato dalla patria
Fu gettato lontano.
Ma se il ramo tagliato
Sulla terra
Prima appassisce
E lentamente muore,
L’emigrante, a fatica, è poi risorto:
Ramo staccato, ma non ramo morto.
E dove la sua patria l’ha gettato
Un bosco sta nascendo
O è già rinato.

Giuseppe Bezzi

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L’AMORE GRIGIO-TOPO

Quell’umore che,
ho detto, dato, avuto, rifiutato.

Non riconoscere il verso,
la rima nascosta nelle sere
che ho stretto
come sangue tra le mani
con le dita, le dita,
il mangiare gli occhi
e gli occhi il mangiare il pensiero.

Quel pensiero!
Che muto, oramai non torna,
come ladro di memorie consunte
e sillabario di mondi avuti.

Il grigio-topo dell’amore incatenato
Che si rifiuta
Al respiro
Goffo e miscredente

Lama che affonda,
non perdona.

Chiara (gennaio 2009)

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SCIOLGO

Ho strabuzzato pensieri
Sgualcito mani
Concesso dove e quando
Di notte
Nelle ore bruciate e dimenticate
Nascoste a orecchie mute e sorde
Lambito sguardi

Dimentico e sorpasso
Spalanco imposte
chiudo

Perdendo la via
Cancello curve e montagne
E scelgo confini tenui

La pianura che invecchia all’imbrunire
Cambiando volto
Sul filo del suo sgocciolare

Di grano e tramonto.

Chiara

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SEI TRA L’UNGHIA E LA CARNE

Sei tra l’unghia e la carne.
Molecola di vento ridente.
Sei un sapore morbido e sparso.
Un profumo forte rubato nella via.

Sei la luce di un secondo cerebrale.
Gioia muta che ha smarrito il Senso.
Sei la Felicità nel fondo di un bicchiere.
Foglia bruna di un albero all’ombra.

Sei la nuvola morta dentro al sole.
L’asfalto duro e pestato.
Sei il porto partito e dimenticato.
Il fiume che scorre e non ferma.

Sei il gusto del Viaggio sognato.
Un racconto che ha perduto le pagine.
Sei lo specchio rotto del mio cuore ricucito.
L’attesa placida del proprio Tempo.

Sei le labbra protese sul collo della bottiglia.
Capelli giovani che brillano al sole.
Sei il grembo caldo di indecisioni.
Piccolo cane tenuto al guinzaglio.

Sei il tram di mille volti consumati.
Il Sud orientale che ha smarrito la patria.
Sei gli occhi ammutoliti di tutta una civiltà.
La tristezza che consuma le ossa.

Sei l’ombra del lampione spento di giorno
E la rastrelliera vuota di biciclette.
Sei la piazza di questa provincia
E la chiesa e il municipio.

Sei una madre davanti al portone.
Le imposte chiuse all’ombra della vita.
Sei il lenzuolo steso all’aria.
L’estate chiara che non arriva.

Sei la pietra su cui siedo.
Monumento ai caduti di un tempo.
Sei le gambe lunghe che non sanno dove andare.
La sinfonia silente che giace in fondo alle città.

Sei il fiato corto de miei passi.
Sigaretta spenta sotto al tacco.
Sei l’erba bruciata al sole.
Collina protesa verso l’alba dei perché.

Sei tutto il mio sguardo inframmezzato di pensieri.
Sei tu. Tra l’unghia e la carne.

Chiara (San Lazzaro di S., maggio 2007)

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