Poesie #3

lungo-la-mezzeria_vf

VOLTI DI GRAFFITI

Nuovi graffiti scrutando
ho smussato dalla salita 
di via Monteverdi,
che s’esprimono sinistri
con le loro parole
irrequiete di carne e di nervi,
incollate secche 
su creme di muri urbani.

Rappresentano 
un brandello di arte
in codice non definitiva;
 visionaria memoria
d’innocenti trame ingiallite
proletarie, seducenti
su croste un pò slavate
 e fluorescenti.

Stralunate trame
che mi consumano, m’erodono
dolcemente
gl’occhi ad ogni passaggio sghembo,
ad ogni torpido cedimento;
che colpiscono la mia storia
le budella e il cervello
inconsapevolmente
senza porsi troppe domande,

e senza pormi troppe domande
ad ogni sguardo e lurido fraseggio
mi ricolpiscono
in questo atto presente
nefando, ammaliato
di plumbea pioggia incessante:

Disordinate impudiche trame
che convivono e giocano
con le mie partiture emozionali
di fragilità estrema
 e sconosciuta libertà,
con i miei sentimenti lampi
di paura e tenerezza
sulle soglie dei corpi che han perso i conti,
sulle soglie danzanti della depressione.

Carlo Federiconi 

lungo-la-mezzeria_vf

SE OCCHIEGGIO A QUESTO CIELO

Se occhieggio a questo cielo
anche se velato e nuvoloso
così allungato e disteso
mi par di fissare i tuoi occhi,
mi sembra di navigare 
nella tua anima
 esausto di te nel solito ramo
 della priorità di pensiero,
nel dimenticato binario
 per noi fertile
che riscalda il mio cuore
 e sfuma la solitudine.

Per il resto come dice lo Smarrimento
c’è un’avvilente realtà
tarpate le idee i bollenti orizzonti,
prigionieri di ogni corpo.
C’è rumore di vetrine e schermi giganti
grumi di potere e facili consumi,
in altre parole 
una brezza estrema
di liberismo e globalizzazione
dove il tempo moderno 
non da tregua con le sue 
finte danze, le illusioni ed ingiustizie…

Carlo Federiconi 

lungo-la-mezzeria_vf

UNA QUERCIA SI E’ SEDUTA

La terra ha tremato,
le rocce si sgretolano
e una quercia si è seduta
sull’orlo del greppo,
lievemente posata
e cullata
da mani d’erba
e d’acqua rigagnolina.
Sull’orizzonte più vasto
facevano irruzione
bagliori e stordimento
e ogni giorno sopravvenivano
echi di ripetute distruzioni.
Ora riaggomitolata
prova a ordinare
tutti gli imperfetti ricordi,
riconosce la voce delle nonne
che raccontano storie
di foglie e di vicoli,
di zucchero e di selciato.
L’anima rotonda
non teme le carestie
ha scorte sufficienti
di lessico amico
e di versi a braccio
curvati dal vento.

Angelo Verdini (2007)

lungo-la-mezzeria_vf

SALTARELLO TRA LE NUVOLE

Tutto questo vento alla fine
qualcuno si  porta sempre via.
Chi se n’è andato d’inverno
rispettava gli argini dei fossi
la disciplina delle capezzagne
la regolarità delle siepi.
E la terra riconoscente restituiva
la sapienza degli innesti e dei canestri,
tenera e sfrontata in forma di fuoco
che genera pensieri di pane e ciliegia
e soccorso di parole dritte e rispettose
come le mani puntuali
che accarezzano i vitellini appena nati.
Chi è restato a girare intorno
ai giorni e alle stagioni
sa scrutare nella filigrana delle nuvole
indizi fortunati del raccolto
e immagina un cielo benevolo e protettivo
da ballarci sopra
come nelle notti di fieno e di granturco.
Un organetto inarrestabile
fa muovere le gambe  e le mani
dei corpi fieri che non arretrano
dai fianchi imperiosi e intemperanti
sfidanti di sé e del mondo
e offre un regalo di  parole larghe e precise
colme come i sacchi
pieni di grano e di similitudini.

Angelo Verdini (2006)

lungo-la-mezzeria_vf

‘NA VIA DA ‘N MORI’ MAE

Dai, ‘rconta, ‘rcontame!
Fina acché te stò a sentì
campo meio, arrìo a cent’anni.
Le parole tua è come ‘na sdingola sdangola,
se m’andormento ‘n t’arrabbì,
tanto la testa me va avanti per conto sua
e domane t’arconto io.
Dimme dimme, te sei brao
a troà tutta sorta de storie
come a da’ fogo a la paia,
‘l cervello ‘n te troa loco,
lu tene da conto
quel che l’occhio vede
e quando ‘l core dole,
trafitto
se la manza scabrosa
‘n fa pià ‘l pocciòlo al vitellino
e ce badi poco
a rcordamme del pisciarello del sudore
quela olta che
l’emo vista la diavola.
Adè che va sotta ‘l sole senza cappa
e tra lume e scuro
la luna vecchia ha finito d’arpusasse,
damme na mano a metteme a colco.
Domatina
‘n gì ‘nvelle, ‘ sta cchì
Artornerà la luna nova
che fa nasce e cresce
e a te che te sa fadiga
a ‘mmazzà na formica
‘n te manca ‘l modo de rinvenì i segni boni,
d’arcoie la speragna pe’ i dindarelli,
de sperà i ovi pe’ ‘na bella coata de pulcinelli.
C’armarrà sempre ‘na passina
‘n te sto campo de stabbio e terra fina.

Angelo Verdini

lungo-la-mezzeria_vf

BELLA, BELLA DA MORIRE
(alla notte)

Tu notte
che fai sentire il sangue
pulsare negli orecchi

che le sirene
si odono lontane
e chissà per chi…

Se fosse il sonno
a rapire i miei pensieri
se fosse il blu
a disegnare i sogni
non sarei qui
a scrivere di te

Ma cosa perderei
di tanti gesti lievi,
di suoni mancati,
del senso che avvolge

No,
io ti ringrazio notte!
Perché sei bella!

Fra  te e il mare
è un incontro d’amore
Tu donna
lui
uomo
che narra del prode Ulisse

Ed io
m’incanto….
Perché sei bella!
Tanto!
Bella da morire

Paola Bonetti

lungo-la-mezzeria_vf

NEI SUONI DEL DISGELO

Nel parco del Monumento
oggi,
gocciola ogni cosa
E’ un disgelo che cola
sui nomi e i segni del Sacrificio

Non è bastato morire di errore
e barbaro furore
per un grande  Ideale
Non è bastato
e chissà se  sanno…
se mai possono vedere…

In questo sole piegato d’inverno
sonoro è il pianto del disgelo.
Sonoro di gocce, di sillabe
ancora piene di coraggio
ancora fredde di paura

Sonoro è l’eco delle urla delle madri,
dei singhiozzi delle pietre,
lo sdegno delle bandiere…

Ma un luogo  è tutto il mondo
per ogni volta che  si muore
senza mera ragione
per ogni volta che si piange
e non v’è consolazione

In questo sole 
che scalda e agghiaccia
pensieri stillano
su terra intrisa e inginocchiata

Gli occhi volgono ai nomi sul Monumento
la mente  a Gaza

Paola Bonetti (gennaio 2009, Grugliasco, Parco di Villa Gay – Monumento ai Martiri)

lungo-la-mezzeria_vf

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